Mi occupo da molto tempo della formazione sul cyberbullismo nelle scuole, e sempre più mi rendo conto di quanto tra i ragazzi ci sia una difficoltà a capire le proprie emozioni e quelle altrui.

Per cyberbullismo si intende un comportamento aggressivo, intenzionale e reiterato nel tempo, messo in atto attraverso varie forme di contatto elettronico (sms, email, chat, social…), contro una vittima che non può difendersi.

Questo fenomeno è fortemente favorito dalla facilità di accesso alla rete, oltre che dall’opportunità di creare false identità, rimanendo anonimi, e dall’assenza di limiti spazio-temporali.
Infatti, l’utilizzo continuo di un cellulare o un computer, sempre a disposizione, permette di scrivere e condividere qualsiasi cosa in ogni istante, verso un pubblico potenzialmente infinito.

In aggiunta, non è necessario conoscere direttamente la vittima, e lo schermo, con funzione di mediatore, incrementa la mancanza di empatia, abbassando la possibilità di provare senso di colpa o di percepire la responsabilità delle proprie azioni.

E’ proprio la carenza di empatia, ossia la capacità di mettersi emotivamente nei panni dell’altro e di prevedere le conseguenze del proprio comportamento, a rendere lecito a se stessi questo tipo di atteggiamento: non potendo vedere direttamente le ripercussioni sulla vittima, si abbasserà il senso di colpa e di vergogna, arrivando a sostenere frasi del tipo “Sto solo prendendo in giro qualcuno” o “Sto facendo solo uno scherzo ingenuo”.

Fattori di rischio
Nella maggior parte dei casi riscontro una estrema difficoltà a contattare le proprie emozioni e a discriminarle. In un articolo precedente faccio riferimento all’iperprotettività dei genitori: spesso il padre o la madre, per una propria incapacità di gestione, bloccano immediatamente emozioni reputate “negative” per il bambino, quali tristezza e noia; questo comportamento impedirà al figlio di viverle pienamente e determinerà delle difficoltà nell’autoregolazione e nella corretta espressione delle emozioni stesse, spesso sfociando in condotte aggressive.

Un altro fattore di rischio è la costruzione della propria identità. Frequentemente i ragazzi non riescono a crearne una stabile: sono frammentati, fragili, vulnerabili e, pur di non stare nell’incertezza, preferiscono aderire ad una identità sicura, concreta e predefinita, ossia quella aggressiva. Essere un bullo è un modo per sentirsi importanti e popolari, per influenzare gli altri e per stare meglio con se stessi.
Attaccare è l’unica via di uscita che trovano, per non essere attaccati.

Cosa prova una vittima?
Nella mia esperienza, la difficoltà più grande che percepisco nelle aule di scuola è il mettersi nei panni di una vittima: spesso preferisco, al parlare didatticamente di aggressività e colpe, mostrare un video o un’esperienza reale che possa far capire le conseguenze dirette su una vittima, innescando quei sani sentimenti che mettono in contatto ogni persona con le proprie emozioni, riuscendo a percepire pienamente se stessi e gli altri. 

Ogni comportamento aggressivo, non solo il cyberbullismo, si basa proprio sull’evitamento del contatto emotivo: sono difese molto importanti, perché tendono a proteggere le proprie debolezze e insicurezze, ma è necessario abbatterle, supportando le risorse interne, al fine di una maggiore consapevolezza.

L’utilizzo di video autobiografici, ma soprattutto le coraggiose esperienze dirette dei coetanei sono strumenti profondamente utili per percepire la propria intima sensibilità.


Attraverso una poesia che ho il piacere di riportare, una giovane studentessa è riuscita a far immergere i compagni, in modo delicato ed emozionante, nelle sensazioni e nel vissuto di una vittima.

Lei è cambiata,

non si sente amata.

Queste parole l’hanno portata

ad odiarsi

non riesce più a specchiarsi.

“Brutta! Grassa! Che vivi a fare???”

Infatti lei, in questo mondo, non ci vuole stare.

Preferisce scappare.

In una società dove siamo passati

dall’amarci allo schivarci,

LEI pensa che la gente è brava solo

a giudicare…

non la si può di certo biasimare.

Un cuore rotto,

che ormai sta zitto.

Un cuore pieno di cerotti

per tenere stretti tutti i pezzi.

Un cuore che non vuole battere più

Ormai è sceso giù.

Nell’abisso.

Un cuore morto.

Già sepolto.


(Mascia Palladini)


Solamente con un fronte unico (scuola-famiglia-amici), strutturato e coeso, il supporto e lo sviluppo dell’autostima e del senso di sé, è possibile contrastare il bullismo e il cyberbullismo.